Translate

14/03/18

Cercare di vedere




Tempi sempre più complessi e  sofferenti, dove le soluzioni paiono lontane, ma almeno la consapevolezza trova canali di espressione.

Nei grandi spazi della Fondazione Merz di Torino l’artista Fatma Bucak realizza alcune occasioni di emozioni, risveglia attenzioni, manifesta alcune delle sofferenze del nostro presente.


Il percorso si apre con una distesa di candide bacinelle che accolgono un suono infinito di lacrime,  come anime che scompaiono.

Rimangono solo più i vestiti che sono salvaguardati in un assemblaggio sorretto dalle grandi travi appoggiate al muro.




Una moltitudine di video offrono una figura femminile che riordina delle uova in una landa di macerie, solo in una visione, la donna si accompagna con una gallina morta, in un atteggiamento meditativo.

Accanto una serie di lastre che interagiscono con la dimensione presente, fra personalità e immagine. Il pubblico è invitato a selezionare e capovolgere le diverse lastre che portano incise su un lato una narrazione umana, sull’altro la sbiadita traccia di individui.

Nell’oscuro spazio inferiore una grande proiezione video, una presenza primordiale si anima su un’altura, forse si difende da attacchi esterni, forse dialoga col video superiore che manifesta un limite spaziale
.

Nota di speranza la condivisione di una rara qualità di rose, «Damascus Rose», che sta per giungere da Damasco, attraverso un complesso percorso di dogane e autorizzazioni. Si tratta di una antica pianta che rischia di scomparire e che viene condivisa con innesti europei nella speranza di salvarle. Un messaggio di partecipazione alla condivisione del dolore, per poter conservare un altro delicato elemento della comunità umana.


Nelle sue opere l’artista guarda molto al suo percorso personale, quello del suo paese di origine la Turchia, ma che nei suoi lavori può essere visto in una visione universale, dove purtroppo le tante dinamiche politiche producono lancinanti ferite umane.


Il progetto curato da Lisa Parola e Maria Centonze, col supporto della Fondazione Sardi per l’Arte, è visibile fino al 20 Maggio.